martedì 16 maggio 2017

Competitivi e felici? Intervento di Paola Scialpi



I bambini di quarant'anni fa conoscevano il senso vero del gioco. Spesso i giochi se li costruivano da soli oppure era solo la corsa, i saltelli, il salto alla corda e ciò li rendeva felici. Avevano la voglia di stare insieme agli amici e tra di loro c'era complicità, anche piccole rivalità, ma senza ansie da prestazione, senza esagerate competitività. Certo anche i genitori si approcciavano a loro in maniera diversa. Quando si tornava a casa con un ginocchio "sbucciato"" era il frutto di un pomeriggio di gioco. Quando si subiva un'offesa da parte di un amico si invitava a chiarirsi perché erano cose che potevano accadere. I genitori erano più capaci di saper individuare ciò che era tipico dell'età, appianare i malumori senza fare di ogni cosa una tragedia, e cercando sempre di dare importanza all'amicizia, alla solidarietà ed anche, se necessario, alla giusta competitività. Oggi i bambini non hanno più tempo per il gioco inteso nella sua veste più semplice.
Danza, calcio, inglese, scacchi, chitarra, pianoforte, piscina, palestra e chi più ne ha più ne metta. Quanti bambini vengono guidati ed ascoltati verso l'attività a loro più congeniale o verso ciò che più piace? Si trasformano, per genitori frustrati, in trofei da esibire agli amici e se qualcosa non va nel verso giusto ecco che per i figli c'è il rischio che si sentano incapaci, di non essere in grado di assecondare le esigenze dei loro genitori. Una partita di calcio con un goal sbagliato per il papà calciatore mancato è un'ulteriore frustrazione. Uguale risultato al femminile può produrre una prova andata male ad un saggio di danza. Bisogna un po' riflettere su tutto ciò. Un bambino continuamente sottoposto a prove di capacità sarà un bambino infelice e potrà da adulto cercare di affermarsi a tutti i costi in qualsiasi campo per cercare di sopperire alle sconfitte dell' infanzia. Incominciamo a trattare i bambini più come persone e non come prototipi venuti bene. Invece di regalare già a tre o quattro anni un tablet, parliamo un po’ di più con loro, dimentichiamo che cosa avremmo voluto essere noi e pensiamo ad aiutarlo ad essere un adulto consapevole. Certo non sono un esperto ma io azzarderei: quanti adulti violenti potrebbero essere stati bambini infelici e frustrati compressi nella morsa della competitività mal riuscita?

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